Il tuo corpo non è mai stato il problema, Lidia. Piccolo. Mai abbastanza. Grande. Troppo. Sempre. Bisogni? Un fastidio. Fame? Il nemico. Perché, Lidia? Dici che è strano, che è triste, sapere di poterci fare qualcosa, di poterlo manipolare, di poter “fare di meglio stavolta”, di avere ancora in te la forza di farlo, ma non farlo. Ti senti debole. Una persona debole. E da quando possiamo capire com’è una persona in base al suo corpo? E questo dimostra esattamente ciò che sto dicendo. E cioè che il tuo corpo non è che il tuo capro espiatorio. Per il rapporto che hai con te stessa. Da sempre. Ben prima che ti venisse in mente di cercare di renderlo invisibile. Ben prima che considerassi questa “la cosa più giusta per te”, “la vera te”. “Dimmi tre cose che ti piacciono di te e tre che non ami”. Quelle che non ami sono spesso arrivate a dieci. Quelle che ami? Crisi. Foglio bianco. Scena muta. Il corpo è servito a coprire questo. Penso che il punto non sia “chi sono se non controllo il cibo e il corpo?”, trovare Lidia, che quello che ti chiedi sia, piuttosto, “mi piace Lidia? Vale la pena di trovarla?”. E la conseguente voce che sussurra “e se non ne valesse la pena?”. Perché è questo ciò cui sei abituata. Dare per scontato che Lidia faccia schifo. Il punto è che confondi ciò che è familiare con ciò che è bene. Esci a vedere la luce del sole, Lidia. Ne vale la pena. Tu ne vali la pena. Non mollare.
Tua,
Lidia